Diocesi di Como

Il virus, la nostra realtà, la giusta risposta

 

di Mauro Magatti, Avvenire 19 maggio 2020

Secondo i dati dell’Istituto superiore della Sanità in Italia ci sono 24 milioni di cittadini che hanno almeno una cronicità, dalle più lievi come l’osteoporosi a quelle più debilitanti, come il diabete. Di questi, 12,5 milioni soffrono di multicronicità (due o più). Un dato spiazzante rispetto alla retorica dell’uomo sempre brillante e performante che ci viene presentata ogni giorno.

Insomma, prima della pandemia, eravamo, sì, una società avanzata. Ma per questo, paradossalmente, popolata da molte persone fragili. E ciò per due ragioni. La prima è che, grazie ai miglioramenti delle condizioni di vita e agli avanzamenti della medicina, riusciamo molto meglio del passato a curare le persone, anche se non a guarirle. Le vite si allungano, ma sono più fragili. La seconda ragione è che nella ‘società della prestazione’, ci sono tante situazioni che possono spingere le persone ai margini della vita sociale. Col rischio concreto di creare continuamente ‘scarti’, come non si stanca di ricordarci papa Francesco.

E ai margini si è più vulnerabili. Il coronavirus ha colpito la fragilità nascosta nelle pieghe della nostra società. I dati Iss parlano chiaro: la mortalità sale esponenzialmente con l’età e la multicronicità mentre si riduce drasticamente tra la popolazione più giovane e in salute. Su 30mila cartelle cliniche di persone morte di coronavirus i morti con meno di 40anni sono stati 70 e solo 12 non avevano diagnosticate patologie di rilievo.

Dobbiamo allora sposare le tesi di Jair Bolsonaro che, in modo sciagurato, continua a sostenere che non ci si deve preoccupare e che siamo davanti soltanto a una brutta influenza? Certamente no. Quella del presidente brasiliano è infatti una posizione non solo crudele ma anche sbagliata, poiché non tiene conto delle conseguenze devastanti che un’epidemia non governata produce su sistemi sanitari e sulla società nel suo insieme.

Qual è il problema allora? La fragilità è una dimensione ineliminabile della condizione umana con la quale è necessario fare seriamente i conti. Ciò vuol dire che la Sanità va ripensata per far fronte alle nuove esigenze della popolazione. Certamente servono ospedali di eccellenza per curare le acuzie. Ma, come risulta evidente dai dati citati – oltre che da quanto ci ha insegnato l’emergenza Covid, specie in Lombardia – è urgente attrezzare ovunque una ‘sanità di territorio’ che sappia intervenire in modo rapido e diffuso. E che sia capace di unire la necessaria assistenza medica con un accompagnamento umano e sociale.

Solo così non si intasano gli ospedali, si riesce a intervenire prima e meglio, si contiene la spesa farmaceutica e si permette al malato di continuare a vivere nel suo contesto, fattore decisivo per la sua reattività psicologica e fisiologica.

La nuova Sanità – che è fondamentale resti un bene pubblico a cui tutti possono accedere al di là delle risorse economiche di cui dispongono – deve sapere integrare il ruolo dell’ospedale (statale e convenzionato) con la medicina territoriale, l’aspetto sanitario con quello sociale, valorizzando il contributo del Terzo settore organizzato e delle reti sociali, a partire dalla famiglia. Perché la fragilità – che la pandemia aggrava anche perché aumenta isolamento e solitudine – ha, sì, bisogno di più risorse economiche, ma anche di più vicinanza e più ascolto. Per essere maggiormente efficace, economica e umana. Tenuto conto di quelli che effettivamente siamo, l’idea tanto propagandata di vivere come singole particelle che se la cavano ciascuno per conto proprio è del tutto irrealistica. Si può dunque dire che la crisi provocata dal coronavirus ci indica la strada: è ora di ripensare la sanità nel quadro di una valorizzazione di tutte le reti sociali.

C’è un ultimo aspetto da sottolineare. La fragilità va protetta, ma va anche riconosciuta e accettata. Per quello che è: segno della nostra costitutiva precarietà. In una società avanzata – e perciò, come si è visto, fragile – occorre trovare il modo di proteggere chi è più esposto, anziché immaginare di potere correre sempre al massimo. Ma occorre altresì creare le condizioni perché chi è in salute – e cioè soprattutto i giovani – abbia la possibilità di esprimere la propria creatività e capacità di iniziativa. Nei mesi che ci aspettano dovremo ‘convivere col virus’ ci ha giustamente ricordato il premier Conte. Dobbiamo cioè avventurarci nei giorni che vengono con tutta la prudenza e l’attenzione del caso. Senza però farci prendere dal panico, con la serena consapevolezza di essere mortali. Una consapevolezza difficile, certo, ma che ci fa pienamente umani: capaci di solidarietà (apertura all’altro) e di preghiera (apertura all’Altro). Cioè al desiderio di salvezza e non solo di incolumità.

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